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12 Maggio 2007 N on è che si voglia essere speciali, unici, irripetibili ... è che semplicemente la verità è per noi inaccettabile. C i risulta difficile credere che la morte esista. Certo se ci chiedessero cosa pensiamo della morte risponderemmo che: "certo la morte esiste; ad un certo punto il cuore cessa di battere, l'ossigeno non arriva più alle cellule che via via muoiono, come carte in un castello di carte uno ad uno gli organi interni si fermano e cessano di essere quello che sono per iniziare un lento processo che li porterà a ritornare quello che erano: molecole senza senso, significato o meta". S e veramente credessimo ciò, intimamente intendo, probabilmente smetteremmo di fare quello che facciamo per fare tutt'altro. A ben pensare, tutti noi viviamo come se non dovessimo morire mai, come se fossimo immortali e anzi la notizia della morte di qualcuno che conosciamo ci colpisce e stupisce, come se ciò non fosse previsto, come se fosse semplicemente impossibile. E ppure alla domanda: "la morte esiste?" risponderemmo che "certo, esiste eccome". Ma la morte di cui parliamo è sempre quella di qualcun altro, perchè è l'unica morte "reale" che possiamo "sperimentare". Epicuro scriveva che la morte non esiste, perchè quando ci siamo noi, la morte non c'è, e quando c'è lei, non ci siamo noi. E forse è proprio questa la chiave per spiegare l'innata propensione della razza umana a vivere, impegnarsi e spesso anche dannarsi per costruirsi una carriera, una casa, una famiglia; la morte non esiste fino a quando non c'è. Q uesto indispensabile piccolo grande assurdo logico, genera il bisogno di Dio, e crea anche quella strana consapevolezza di avere un'anima immortale che vivrà oltre il corpo. M a questo ha anche l'effetto terribilmente negativo di svalutare i singoli attimi di vita. Il valore che noi assegnamo alle cose, dipende anche dalla loro disponibilità. Se i diamanti si trovassero nelle discariche a tonnellate, e fossero comuni come i sassi, non avrebbero certo il valore che hanno. Per contro, se veramente dovessimo vivere ogni attimo come se fosse l'ultimo, vedremmo gente a piedi nudi nei campi come matti, oppure a guardare il cielo; chi si sveglierebbe la mattina presto per andare al lavoro, se quella mattina fosse anche l'ultima? N on ho una spiegazione logica a questo problema, siamo veramente in equilibrio fra pragmatismo e follia, fra la formica e la cicala. G li uomini, frammenti di stelle cui il caso o Dio hanno regalato il dono dell'autocoscienza, sono destinati a convivere con l'assurdo di una vita "finita", e un immenso bisogno di infinito. |
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